Viaggio in Giappone: 12 giorni tra Hiroshima, Kyoto, Nakasendo e Tokyo
Ci sono viaggi che finiscono quando si torna a casa, e poi ce ne sono altri che continuano a restare addosso anche dopo. Questo viaggio in Giappone, vissuto in 12 giorni tra Hiroshima, Miyajima, Kyoto, Okayama, Matsue, Nakasendo, Nagoya e Tokyo, è stato proprio così: intenso, silenzioso, sorprendente. Non un itinerario classico, ma un percorso capace di unire mete iconiche e luoghi meno battuti, in un racconto fatto di atmosfere, incontri, dettagli e sensazioni difficili da lasciare andare.
Il Giappone mi è rimasto appiccicato addosso
Il Giappone mi è rimasto appiccicato addosso. Era da tanto che un luogo non mi entrava così dentro e, forse proprio per questo, faccio ancora fatica a spiegare cosa sia successo davvero. Eppure è un posto che si muove in punta di piedi, con una discrezione quasi disarmante, come se non volesse disturbare. E invece, senza fare rumore, a un certo punto mi ha tirato per la giacca e mi ha detto, con una voce bassissima ma chiarissima: resta qui.
Sono rientrata ormai da un po’, ma c’è sempre qualcosa, nel quotidiano, che mi porto dietro da questo viaggio. Non ho ancora capito bene cosa sia. So solo che è lì, costante, come un portafortuna che tengo in tasca senza accorgermene, come un anello che non tolgo mai, come gli occhiali che mi servono per vedere e che, proprio per questo, dimentico di avere. Non so ancora spiegare cosa sia, ma so che c’è.
Sono stati dodici giorni, da Hiroshima a Tokyo, passando per Okayama, Matsue, Kyoto, Nagoya e la Nakasendo, dodici giorni pieni di cose viste, assaggiate, attraversate, ma soprattutto vissute in un modo che non avevo previsto.
Non è stato un itinerario classico, di quelli che si trovano ovunque uguali a sé stessi. Non sono passata da Takayama o Kanazawa, non ho visto Osaka. È stato un viaggio in cui si sono mescolati luoghi più noti ad altri meno battuti, lasciando spazio a un Giappone più silenzioso, meno raccontato, ma proprio per questo ancora più sorprendente.
Dodici giorni di pura magia, ma anche di contrasti fortissimi.
Hiroshima, Miyajima e l’inizio di un viaggio che lascia il segno
Hiroshima è stata la prima tappa, ed è un inizio che non ti lascia scampo. È un pugno allo stomaco, qualcosa che ti prende senza chiedere il permesso e ti resta dentro. È una ferita aperta, di quelle che non si rimarginano davvero, ma che imparano a stare lì. Eppure oggi Hiroshima è anche altro, è una città che ha saputo ricomporsi e andare avanti senza cancellare ciò che è stato, senza nascondere le crepe.
Un po’ come nel kintsugi, l’arte giapponese di riparare ciò che si rompe riempiendo le fratture d’oro: le cicatrici non spariscono, diventano parte della storia, restano visibili e, in qualche modo, diventano bellezza. E lì capisci che quello che è successo non è passato davvero, ha solo cambiato forma, ha trovato un altro modo per continuare ad esistere.
Poi Miyajima, con il suo torii imponente che sembra galleggiare sull’acqua, è l’esatto opposto: un abbraccio silenzioso, qualcosa che ti accoglie senza bisogno di spiegarsi.
Okayama, Matsue e il silenzio dei treni in Giappone
Il viaggio prosegue, smette da subito di essere semplicemente una sequenza di tappe e si rivela qualcosa di più difficile da definire. È come se ogni luogo, senza fare troppo rumore, iniziasse a lasciarmi addosso qualcosa, anche senza farmene accorgere subito. Non sono cose che capisci nel momento in cui le vivi, ma dettagli, gesti, silenzi che si depositano piano e che trovano il loro senso solo dopo, quando torni e ti accorgi che sono ancora lì.
Okayama scorre via con una grazia quasi discreta, elegante senza bisogno di dimostrarlo, mentre Matsue ha qualcosa di più raccolto, più intimo, una dimensione sospesa che ti fa rallentare senza che tu debba nemmeno decidere di farlo.
E poi ci sono i treni, che in Giappone non sono solo un mezzo di trasporto ma quasi un’estensione di questo modo di stare al mondo: tutto è preciso, silenzioso, perfettamente funzionante, ma mai rigido. Ci sali sopra e ti accorgi subito che il ritmo cambia, che le persone occupano lo spazio con rispetto, senza invadere quello degli altri, e che il silenzio non è qualcosa da riempire ma qualcosa da abitare.Ed arrivi a Kyoto, elegante, timida, delicata, come se ogni cosa fosse al suo posto da sempre, come se nulla fosse lasciato al caso e allo stesso tempo tutto scorresse in modo naturale.
C’è una parola giapponese, ma, che indica proprio questo spazio, questa pausa piena, questo vuoto che in realtà non è mai davvero vuoto.
Ed è forse lì che inizi a cambiare anche tu, senza accorgertene.
Kyoto, una trattoria kaiseki e la gentilezza giapponese
La prima sera, andando alla ricerca di un posto dove mangiare, siamo rimaste catturate da un locale che, più degli altri, ci è sembrato immediatamente molto giapponese. E detta così potrebbe non voler dire nulla, perché in Giappone tutto è profondamente giapponese, ma quel posto aveva qualcosa in più, un’aria calda, autentica, quasi sospesa nel tempo. Pochissimi posti a sedere, i fuochi al centro, un’atmosfera raccolta che sembrava fatta apposta per chi sapeva già come muoversi lì dentro.
Entriamo e non c’era nessuno, solo un uomo dietro ai fuochi che, vedendoci, sgrana gli occhi e ci guarda con un’espressione difficile da decifrare: spaesata, forse un po’ spaventata, forse infastidita. Non capiamo. Ci guardiamo tra di noi, poi chiediamo a gesti se possiamo sederci. In Giappone l’inglese si parla poco e, quando si parla, è comunque un’altra lingua, lontana.
Alla fine ci sediamo e, tra un Google Translate e qualche gesto, proviamo a capire cosa ci sia da mangiare. La comunicazione è quella che è e quindi ordiniamo un po’ alla cieca. Il risultato è stato il peggior cibo mangiato in vita mia: tutto a base di tofu, una specie di bollito misto… ma di tofu. Qualcosa di oggettivamente immangiabile per noi, eppure in un posto incredibile, incredibilmente vero, autentico, di quelli che non dimentichi.
Il giorno dopo scopriamo che eravamo finite in una tipica trattoria kaiseki e, ripensandoci, anche l’oste cambia completamente forma nella memoria. Quell’uomo che ci era sembrato burbero e quasi ostile, in realtà era solo profondamente imbarazzato. Probabilmente, vedendo entrare quattro donne occidentali, avrà pensato qualcosa tipo: e adesso cosa gli dico, cosa gli faccio mangiare?
E forse è proprio lì che ho iniziato a capire davvero una cosa: il Giappone è un paese gentile e i giapponesi sono, senza esagerare, gentilissimi. Arigatō gozaimasu lo senti risuonare ovunque, in continuazione, come un mantra che accompagna ogni gesto, anche il più piccolo. Non è solo una parola, è un modo di stare al mondo, fatto di attenzione, rispetto e di una cura quasi invisibile verso gli altri.
La Via Nakasendo: il Giappone più silenzioso e autentico
La Nakasendo è stata una delle tappe che mi è rimasta più addosso, forse perché è arrivata in un momento in cui il viaggio aveva già iniziato a sedimentare qualcosa, anche se non ne ero ancora del tutto consapevole.
Era da giorni che mi muovevo così, un po’ a pezzi, seguendo più l’istinto e le sensazioni che una vera logica, mentre continuavo a mettere ordine tra le fotografie, quasi per darmi l’illusione di non essermene ancora andata via davvero. Pensavo che, prima o poi, da tutto questo sarebbe uscito un racconto. O forse no. Non lo sapevo e, in quel momento, non era nemmeno così importante.
So solo che, tra le varie tappe, c’è stata anche lei: la Via Nakasendo, l’antica strada che nel periodo Edo collegava Kyoto a Tokyo attraversando le Alpi giapponesi e le valli, per oltre cinquecento chilometri. Oggi ne restano solo alcuni tratti, ma sono sufficienti per restituire quella sensazione di continuità con qualcosa che appartiene a un tempo lontano.
È un cammino che si snoda tra boschi e piccoli villaggi che sembrano essersi fermati, come se il tempo lì avesse deciso di rallentare o di passare in modo diverso. Un luogo perfetto per chi, tra una città e l’altra, sente il bisogno di fermarsi, respirare e rimettere insieme i pensieri.
Arriviamo a Tsumago che è ormai tardi e lì tutto sembra seguire un altro ritmo: le giornate finiscono presto, le luci si abbassano e già nel tardo pomeriggio si ha la sensazione che sia sera. È tutto chiuso, quasi sospeso, come se il paese si ritirasse lentamente su sé stesso. C’è solo una locanda ancora aperta. Entriamo senza troppe aspettative e, invece, troviamo qualcosa che resta. Panini al vapore ripieni, i nikuman, di una bontà quasi inspiegabile, di quelle che non ti aspetti e che proprio per questo ti sorprendono di più. A prepararli c’è lui, più di ottant’anni, un viso che sembra appartenere a un altro tempo, difficile da collocare, come se fosse sempre stato lì. Si muove con una naturalezza silenziosa, senza fretta, senza bisogno di dimostrare nulla. E in quel momento capisci che non è solo il posto, non è solo il cibo, non è solo il viaggio. È tutto insieme. È quel tipo di esperienza che non riesci a spiegare davvero mentre la vivi, ma che senti già, in qualche modo, che ti resterà addosso. E infatti è così: il Giappone, piano piano, ti si attacca addosso.
Nagoya, Tokyo e quello che il Giappone lascia dentro
Nagoya arriva quasi come una pausa, un cambio di ritmo necessario. Nel nostro viaggio abbiamo fatto tappa qui dopo Matsue per percorrere la Nakasendo. Una città industriale, sede della Toyota, moderna, veloce senza essere caotica e molto elegante. Anche lì, in mezzo a tutto, rimane sempre quella sensazione di ordine, di misura, di equilibrio.
E poi c’è Tokyo, il posto più difficile da raccontare perché è tutto insieme: movimento continuo ma senza confusione, piena di persone ma senza farti sentire schiacciata, velocissima e allo stesso tempo incredibilmente controllata. Quattordici milioni di abitanti nell’area metropolitana, trentacinque considerando tutta la città, ventitré distretti: la città più grande del mondo, eppure capace di non travolgerti mai davvero.
Fiumi di persone si riversano nelle strade e nelle metropolitane, in un continuo via vai fatto di luci al neon, musica, insegne luminose che si accendono una dopo l’altra senza mai fermarsi. E poi basta girare un angolo, allontanarsi di pochi passi, e tutto cambia: il rumore si abbassa, il ritmo rallenta, compaiono piccole botteghe, scorci silenziosi, vite che scorrono su un tempo completamente diverso.
E lì ti viene da pensare che Tokyo non sia una sola città, ma tante città insieme, sovrapposte, nascoste una dentro l’altra.
Ci sono momenti in cui ti sembra di essere perfettamente presente, dentro a quello che stai vivendo, e altri in cui hai quasi la sensazione di osservare tutto da una piccola distanza, come se fossi contemporaneamente dentro e fuori dalla scena. All’inizio questa cosa mi aveva spiazzata, non riuscivo a darle un nome, ma poi ho iniziato a pensare che forse è proprio questo uno degli aspetti più profondi di questo viaggio: un modo diverso di stare nel mondo, meno invadente, meno rumoroso, più attento.
E forse è proprio questo che mi è rimasto addosso.
Non tanto i luoghi, non solo le immagini, ma quella sensazione sottile di distanza, quel modo di esserci senza occupare troppo spazio, di osservare senza dover per forza intervenire, di vivere un momento senza il bisogno di trattenerlo.
Forse è quello che i giapponesi chiamano mono no aware,
Il Giappone mi è rimasto appiccicato addosso.














